Newsletter Novitá in libreria

1. Ritorniamo in montagna con due romanzi usciti da poco: Paolo Cognetti, Le otto montagne, Einaudi, ambientato ai piedi del Monte Rosa, e Sandro Campani, Il giro del miele, Einaudi, ambientato invece sull'Appennino tosco-emiliano.

Le otto montagne: La montagna non è solo neve e dirupi, creste, torrenti, laghi, pascoli. La montagna è un modo di vivere la vita. Un passo davanti all'altro, silenzio, tempo e misura. Lo sa bene Paolo Cognetti, che tra una vetta e una baita ambienta questo potente romanzo, storia di un'amicizia tra due ragazzi – e poi due uomini – cosí diversi da assomigliarsi, un viaggio avventuroso e spirituale fatto di fughe e tentativi di ritorno, la possibilità di imparare e la ricerca del nostro posto nel mondo.
«Si può dire che abbia cominciato a scrivere questa storia quand'ero bambino, perché è una storia che mi appartiene quanto mi appartengono i miei stessi ricordi.» (Paolo Cognetti).
Candidato al Premio Strega 2017

Il giro del miele: Mentre una presenza si aggira per i boschi (è forse la lince di cui si vocifera in paese?), due uomini si confrontano in un singolare duello scandito dalle tacche su una bottiglia di grappa. Sono le loro vite che scorrono in questa lunga notte: l'amore che dura e quello che si perde, gli errori dei padri, gli errori dei figli, il dolce e l'amaro, il peso specifico di ciascun essere umano. Un bicchiere dopo l'altro, parlano fino all'alba. Intanto i ciocchi di legno scoppiettano nel camino e l'alcol brucia la gola, ed è come se l'autore si sedesse accanto al lettore a raccontare. Nessuno potrà muoversi finché la storia non sarà finita.

2. Vor kurzem auf deutsch erschienen ist Paolo Rumiz, Der Leuchtturm, Folio Verlag / Il ciclope, Feltrinelli 2015.
Der Autor ist auf Lesereise, die einzelnen Termine finden Sie auf der website des Folio Verlags - in München stellt er das Buch am Freitag 21.4.2017 um 18.30 im ital.Kulturinstitut vor.

Auf einer winzigen Insel im Mittelmeer, deren Felsen steil abfallen und wo Schiffe nur bei ruhiger See anlegen können, ragt ein einsamer Leuchtturm empor, ein fixer und unentbehrlicher Orientierungspunkt für Generationen von Seefahrern. Drei lange Wochen bringt Rumiz, der ruhelose Wanderer, dort zu. Er lernt, das Aufkommen eines Gewitters zu erkennen, dem Wind zuzuhören, mit den Möwen zu fliegen. Und er denkt über das Mittelmeer als Kulturraum von Triest bis in den Libanon nach, als Ort des Austauschs, des Handels, der Kriege bis heute, mit eigener Lingua franca. Diese bewegungslose Reise wird zum Abenteuer des Geistes.
Paolo Rumiz, 1947 in Triest geb., ist Italiens erfolgreichster Reiseschriftsteller und Journalist für “La Repubblica”.

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Premio Campiello 2016 a Simona Vinci, La prima verita', Einaudi

Il premio Campiello 2016 è stato assegnato alla scrittrice milanese Simona Vinci, che con il suo “La prima verità” (Einaudi) ha conquistato 79 voti. Seconda Elisabetta Rasy con “Le regole del fuoco” (Rizzoli), che ha avuto 64 voti. A seguire Andrea Tarabbia con “Il giardino delle mosche” (Ponte Alle Grazie), Luca Doninelli con “Le cose semplici” (Bombiani) e Alessandro Bertante con “Gli ultimi ragazzi del secolo” (Giunti), che hanno ricevuto rispettivamente 62, 41 e 34 preferenze.
Era dal 2010 – quando a vincere era stata Michela Murgia con “Accabadora” (Einaudi) – che il prestigioso riconoscimento non veniva vinto da una donna.

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Premio Strega 2016 a Edoardo Albinati, La scuola cattolica, Rizzoli

Edoardo Albinati, 59enne scrittore romano, ha vinto il Premio Strega 2016 con il libro “La scuola cattolica”. Gli altri quattro finalisti erano L’uomo del futuro di Eraldo Affinati, Se avessero di Vittorio Sermonti, Il cinghiale che uccise Liberty Valance di Giordano Meacci e La femmina nuda di Elena Stancanelli.

“La scuola cattolica” è lungo 1294 pagine e racconta l’adolescenza del narratore e contiene riferimenti alla storia italiana degli anni Settanta, soprattutto al caso di cronaca noto come il “massacro del Circeo”. Al centro del romanzo c’è l’Istituto San Leone Magno di via Nomentana a Roma, una scuola maschile gestita dai preti e frequentata da una certa borghesia e piccola borghesia cattolica: due dei ragazzi colpevoli del “massacro del Circeo” erano infatti stati studenti di quella scuola.

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Premio Campiello 2015 a Marco Balzano, L'ultimo arrivato, Sellerio

Marco Balzano, con L’ultimo arrivato (Sellerio), vince la 53ª edizione del Premio Campiello, promosso e organizzato da Confindustria Veneto. Il romanzo di Balzano ha ottenuto 117 voti sui 282 inviati dalla Giuria dei Trecento Lettori Anonimi. Al secondo posto con 75 voti si è classificato Antonio Scurati, Il tempo migliore della nostra vita (Bompiani).
Nel corso della cerimonia è stato anche consegnato il Premio Fondazione Il Campiello, assegnato quest’anno a Sebastiano Vassali, venuto a mancare lo scorso luglio.

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Congratulazioni a Carmine Abate!

L'autore, che era stato nostro ospite nel 2011 con la raccolta di racconti Vivere per addizione legati al tema dell'emigrazione, ha vinto in settembre il Premio Campiello 2012 con il nuovo romanzo La collina del vento.

Impetuoso, lieve, sconvolgente: è il vento che soffia senza requie sulle pendici del Rossarco, leggendaria, enigmatica altura a pochi chilometri dal mar Jonio. Il vento scuote gli olivi secolari e gli arbusti odorosi, ulula nel buio, canta di un antico segreto sepolto e fa danzare le foglie come ricordi dimenticati. Proprio i ricordi condivisi sulla "collina del vento" costituiscono le radici profonde della famiglia Arcuri, che da generazioni considera il Rossarco non solo luogo sacro delle origini, ma anche simbolo di una terra vitale che non si arrende e tempio all'aria aperta di una dirittura etica forte quanto una fede. Così, quando il celebre archeologo trentino Paolo Orsi sale sulla collina alla ricerca della mitica città di Krimisa e la campagna di scavi si tinge di giallo, gli Arcuri cominciano a scontrarsi con l'invidia violenta degli uomini, la prepotenza del latifondista locale e le intimidazioni mafiose. Testimone fin da bambino di questa straordinaria resistenza ai soprusi è Michelangelo Arcuri, che molti anni dopo diventerà il custode della collina e dei suoi inconfessabili segreti. Ma spetterà a Rino, il più giovane degli Arcuri, di onorare una promessa fatta al padre e ricostruire pezzo per pezzo un secolo di storia familiare che s'intreccia con la grande storia d'Italia, dal primo conflitto mondiale agli anni cupi del fascismo, dalla liberazione alla rinascita di un'intera nazione nel sogno di un benessere illusorio.
Ordinalo qui: Carmine Abate, La collina del vento, Mondadori

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E' morto Antonio Tabucchi

"Ci ha lasciato un amico, un compagno di strada, un uomo che è stato dentro il suo tempo con passione e rabbia, un intellettuale europeo, un grande scrittore. Si e' spento stamattina nella sua Lisbona, la sua seconda patria, la casa dei suoi cari, la casa dei suoi poeti più' amati."
Feltrinelli, Milano, il 25 marzo 2012.

Chi era Antonio Tabucchi

Antonio Tabucchi (Pisa, 1943 - Lisbona, 2012) è considerato una delle voci più rappresentative della letteratura europea. Autore di romanzi, racconti, saggi, testi teatrali, curatore dell’edizione italiana dell’opera di Fernando Pessoa, i suoi libri sono tradotti in quaranta lingue (in tutti i paesi europei, Stati Uniti e America Latina e nelle lingue più lontane, come il Giapponese, Cinese (Taiwan e Repubblica Popolare Cinese), Ebraico, Arabo (Libano e Siria), Kurdo, Indi, Urdu e Farsi.
Alcuni dei suoi romanzi sono stati portati sullo schermo da registi italiani e stranieri (Roberto Faenza, Alain Corneau, Alain Tanner, Fernando Lopes) o sulla scena da rinomati registi teatrali (Giorgio Strehler e Didier Bezace fra gli altri).
Ha ricevuto numerosi premi in Italia, fra cui il Pen Club Italiano, il Premio Campiello e il Premio Viareggio-Rèpaci; e prestigiosi riconoscimenti all’estero, fra cui il Prix Médicis Etranger, il Prix Européen de la Littérature e il Prix Méditerranée in Francia; l’Aristeion in Grecia; il Nossack dell’Accademia Leibniz in Germania; l’Europäischer Staatspreis in Austria; il Premio Hidalgo e il premio per la libertà di opinione “Francisco Cerecedo” attribuito ogni anno dal Principe delle Asturie, in Spagna. È stato nominato “Chevalier des Arts et des Lettres” dalla Repubblica francese e ha ricevuto la decorazione dell’Ordine dell’Infante D. Henrique dal presidente della Repubblica portoghese.
È stato professore cattedratico (attualmente in pensione) dell’ Università di Siena ed ha insegnato in prestigiose Università straniere (Bard College di New York, Ecole de Hautes Etudes e Collège de France di Parigi). Ha collaborato e collabora con quotidiani italiani e stranieri (“Corriere della Sera”. “Unità”, “Il manifesto”, “Le Monde”, “El País”, “Diário de Notícias”, “La Jornada”, “Allegemein Zeitung”) e riviste quali “La Nouvelle Revue Française” e Lettre International”. È membro fondatore dell’”International Parliament of Writers”. Dal 2000 è stato proposto dal Pen Club italiano all’Accademia di Svezia quale candidato italiano per il Nobel di letteratura.

Qui di seguito i link ai materiali di e su Antonio Tabucchi pubblicati su www.feltrinellieditore.it e le ultime due interviste video realizzate dalla redazione Feltrinelli:
Scheda autore e bibliografia
Il podcast di Antonio Tabucchi
Interviste, articoli, interventi

e la videointervista: Antonio Tabucchi ospite di Serena Dandini a 'Parla con me' dal sito dell'editore Sellerio

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Andrea Bajani, Se consideri le colpe, Einaudi

Gli uomini che atterrano a Bucarest sono in cerca di fortuna. Hanno trasferito Ií le loro aziende, comprato terreni e fuoristrada e innalzato capannoni con nomi italiani. Lui invece cerca qualcos'altro: vuole capire chi era sua madre ora che non c'è più, ridarle un volto, camminare le sue strade. Nel ricordo rimangono un'infanzia magica e un abbandono, le due metà di una donna che si è lasciata tutto alle spalle per seguire un progetto grandioso e un uomo sbagliato. Sullo sfondo il ritratto feroce di un Occidente che spaccia miti da due soldi, e per due soldi compra la miseria altrui.
ISBN: 9788806196578
Preis: 13.50 €
L'autore sarà a Monaco il 13 marzo

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2011 - La nuova legge sugli sconti e il ruolo delle librerie indipendenti.

20 anni di attivitá: i cambiamenti nel mondo dell’editoria e nel comportamento dei lettori ci portano a ripensare al ruolo delle librerie e, più direttamente, della nostra. Vogliamo farvi partecipi delle nostre riflessioni e chiediamo a voi, nostri clienti e amici, che forse non avete seguito gli ultimi sviluppi, la vostra opinione.

Legge Levi e sconti

Dal 1 settembre 2011 è entrata in vigore una legge (Legge Levi) che fissa il prezzo dei libri e regola gli sconti che possono essere offerti dalle librerie online. leggesulprezzodellibro.wordpress.com/
A differenza del mercato tedesco infatti, finora non esisteva in Italia una convenzione vincolante tra editori e librai che fissasse il prezzo del libro segnato in copertina. Questa legge impedisce che vengano effettuati sconti selvaggi come quelli proposti negli ultimi tempi. Legge che le librerie online ha presentato ai propri clienti come “una legge che limiterà gli sconti che potremo offrirti”, ovvero una legge a danno al lettore.

Che cosa c’è dietro a questi megasconti, però?

La situazione era ormai fuori controllo, si era creata una concorrenza sleale, poiché gli sconti indiscriminati della grande distribuzione e delle librerie italiane online non sono possibili per le librerie indipendenti, in quanto vanno al di là di quello che le librerie indipendenti stesse ricevono dall’editore. La strategia delle librerie italiane online mira a conquistare clienti indipendentemente dalle perdite iniziali, contando sul fatto che in un futuro la massa degli acquisti generati arriverà a produrre guadagno. Inoltre le stesse librerie fanno pressione sugli editori per avere sconti sempre più alti. Gli editori a loro volta aumentano i prezzi per la necessità di recuperare i forti sconti che sono costretti a concedere – come testimonia Marco Cassini, libraio ed editore di minimumfax www.ilpost.it/2011/03/04/legge-levi-sconti-libri/comment-page-7/#comments

A pagare, cioè ad avere il danno, alla fine, sono tutti gli altri lettori, quelli che non comprano in rete o al supermercato o alla libreria di catena.(v.il commento del 3 agosto di gimo57, libraio - http://www.ilpost.it/2011/03/04/legge-levi-sconti-libri/#comments

C’è chi protesta dicendo che la legge sarebbe nociva e contraria alle leggi di mercato. In realtá si è visto che il sistema tedesco, in cui il prezzo è fisso per tutti i librai, online o no, non ha limitato le vendite, anzi ha portato a prezzi piú bassi. Mentre in Ínghilterra, dove dal 1985 il prezzo è libero, i libri sono sempre più cari, i librai indipendenti sono praticamente scomparsi e negli USA già anche le catene come Borders chiudono.

Noi siamo a favore della regolamentazione del prezzo. Anche se non si può davvero parlare di lotta ad armi pari, la limitazione degli sconti consente anche ai librai in piccole città o di quartiere di fornire il servizio al cliente, ed è il cliente a decidere se il servizio che riceve è buono e se vale la pena continuare a servirsi di questa o quella libreria. Lo stesso succede in Francia, dove la legge Lang del 1981 vieta qualunque sconto.

Spese di spedizione.

E’ un dato di fatto che il costo della spedizione esiste. I nostri prezzi sono leggermente piú alti (2/3 euro) rispetto al prezzo di copertina italiano, questo perché includono già la spedizione verso la Germania; ma sono più bassi di quelli delle librerie tedesche che non si riforniscono direttamente in Italia come noi e che passano attraverso la distribuzione tedesca, passaggio che fa aumentare considerevolmente il costo finale del libro.

Se vi interessa approfondire il tema, riportiamo di seguito ulteriori link per seguire la discussione:
http://Leggesulprezzodellibro.wordpress.com/2011/09/03/librerie-e-biblioteche-gli-strumenti-chiave-per-aiutare-la-lettura> di Rocco Pinto,libraio indipendente, La Stampa 3 Settembre 2011

http://leggesulprezzodellibro.wordpress.com/2011/08/02/una-serie-di-punti/#more-1472>> articolo di Carmine Donzelli

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Edoardo Nesi vince il Premio Strega 2011

1 classificato: Storia della mia gente (Bompiani) di Edoardo Nesi

2 classificato: La vita accanto (Einaudi) di Mariapia Veladiano

3 classificato: L’energia del vuoto (Guanda) di Bruno Arpaia

4 classificato: Ternitti (Mondadori) di Mario Desiati

5 classificato: La scoperta del mondo (Nottetempo) di Luciana Castellina

Storia della mia gente, a metà tra il romanzo e il saggio, racconta dell'illusione perduta del benessere diffuso in Italia. Di come sia potuto accadere che i successi della nostra vitalissima piccola industria di provincia (Prato, in questo caso), pur capitanata da personaggi incolti e ruspanti sempre sbeffeggiati dal miglior cinema e dalla miglior letteratura, appaiano oggi poco più di un ricordo lontano. Oggi che, sullo sfondo di una decadenza economica forse ormai inevitabile, ai posti di comando si agitano mezze figure d'economisti ispirate solo dall'arroganza intellettuale e politici tremebondi di ogni schieramento, poco più che aspiranti stregoni alle prese con l'immane tornado della globalizzazione.

La vita accanto. Rebecca è nata irreparabilmente brutta. Sua madre l'ha rifiutata dopo il parto, suo padre è un inetto. A prendersi cura di lei, la zia Erminia, il cui affetto però nasconde qualcosa di terribile, e la tata Maddalena, affettuosa e piangente. Ma Rebecca ha mani bellissime e talento per il piano. Grazie all'anziana signora De Lellis, Rebecca recupera un rapporto con la complessa figura della madre, scoprendo i meccanismi perversi della sua famiglia. E nella musica trova un suo modo singolare di riscatto, una vita forse possibile. La Veladiano racconta senza sconti l'ipocrisia, l'intolleranza, la crudeltà della natura, la prevaricazione degli uomini sulle donne, l'incapacità di accettare e di accettarsi, la potenza delle passioni e del talento.

L’energia del vuoto. È notte, su un'autostrada svizzera. Una macchina procede a velocità sostenuta, diretta a Marsiglia. A bordo un uomo, Pietro Leone, funzionario dell'Onu a Ginevra. Accanto a lui dorme il figlio Pietro, una console stretta tra le mani, i jeans a vita bassissima come ogni adolescente che si rispetti. I due sono in fuga, da non si sa bene cosa. La sola cosa che Pietro sa è che da giorni qualcuno sta tenendo sotto controllo i movimenti suoi e della sua famiglia e che la moglie Emilia, ricercatore al Cern, è scomparsa da casa da qualche giorno. La donna stava lavorando, con un gruppo di fisici spagnoli, a un rivoluzionario calorimetro per decifrare le energie di fotoni ed elettroni...

Ternitti. È il 1975. Mimì Orlando ha quindici anni quando è costretta a lasciare la Puglia dorata per seguire il padre nella grande fabbrica svizzera che produce „lu ternitti“: l'eternit, promessa di ricchezza per migliaia di emigranti. Per Mimì quelli al Nord sono gli anni del vetro, del freddo che ghiaccia le cose e le persone. Ma anche quelli della passione segreta per Ippazio, diciotto anni, tra le dita già corrose dall'amianto un fiammifero acceso nella notte per rubare uno sguardo, un istante d'amore. Anni Novanta. Mimì è di nuovo in Puglia. Ha una figlia adolescente, Arianna, poco più giovane di lei. Ma accanto a loro non ci sono uomini, per Arianna non c'è un padre. Madre anticonformista e leale, compagna indomita per le sue colleghe in fabbrica e per tutti coloro che accompagna fino alla soglia dell'ultimo respiro roso dal mesotelioma da amianto, è una donna che sa parlare con le proprie inquietudini e paure ma anche - ascoltando le voci degli antenati che sempre la accompagnano - guardare al futuro senza piegarsi mai.

La scoperta del mondo. Luciana Castellina, militante e parlamentare comunista, fra i quattordici e i diciotto anni ha tenuto un diario che racconta la sua iniziazione politica: dal giorno in cui, il 25 luglio 1943, a Riccione, la partita di tennis con la sua compagna di scuola Anna Maria Mussolini viene interrotta perché la figlia del Duce deve scappare (suo padre è stato appena arrestato a Roma), a quando si iscrive al PCI. In mezzo, l'evoluzione di una ragazza dei Parioli, con gli occhi aperti sul mondo e sulla storia, titubante nei suoi pensieri e curiosa di capire, i primi viaggi a Praga e nella Parigi del dopoguerra, i primi compagni, il primo gioioso lavoro, insieme a tanti coetanei di tutta Europa, per costruire una ferrovia nella Jugoslavia di Tito, le domande, le ribellioni, le scoperte di uno spirito impaziente di prendere forma.

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"La mia casa è dove sono", Igiaba Scego, Rizzoli.

Ne "La mia casa è dove sono" (Rizzoli, 2010) Igiaba Scego racconta con vivacità la sua vita intensa e particolare, la storia della sua famiglia che si intreccia con quella più vasta e complicata della sua terra d’origine: la Somalia.

Igiaba Scego è nata a Roma. Suo padre è un ex- ministro degli esteri somalo, che era venuto in Italia negli anni ‘50 per “studiare democrazia“. Con la dittatura di Siade Barre e l’esilio, il padre di Igiaba decide di vivere a Roma, una città in cui ha sentito suonare Nat King Cole e ha avuto la sensazione che si potesse ricominciare a sognare.

La madre nomade ha trasmesso alla scrittrice fin da piccola una quantità di storie meravigliose, tutte con una morale, che l’hanno sostenuta ed aiutata a vivere. Per ben due anni, durante la guerra, Igiaba, che vive in Italia, non riuscirà ad avere notizie della madre, rimasta in Somalia.

Roma e l’Africa, due paesi e due patrie distinte, che si fondono tra i ricordi della scrittrice: un giorno, Igiaba ha cercato di disegnare la mappa di Mogadiscio insieme al fratello e al cugino e infine si è accorta che intorno avrebbe dovuto collocare i luoghi a lei più cari di Roma. A questi due mondi si sente ora di appartenere. Ma Mogadiscio non è più la città che lei ricorda, adesso è distrutta: la Somalia è divisa da una guerra civile succeduta alla dittatura di Siade Barre. Dall’originaria ricchezza, possedeva una limousine, la famiglia di Igiaba è caduta per molti anni nella povertà. E’ dovuta persino ricorrere agli aiuti delle parrocchie e alle mense gratuite . A scuola Igiaba è stata insultata, schiaffeggiata, ma ha anche trovato una maestra che ha saputo far nascere in lei, bambina muta e impaurita, sempre nelle nuvole, il dono della parola. Da allora la sua vita è cambiata: ha avuto degli amici, ha saputo farsi ammirare raccontando della sua terra, ha capito l’importanza di comunicare, di condividere con gli altri le sue esperienze e il suo mondo; forse proprio per questo è diventata una scrittrice.

La mia casa è dove sono è un racconto intenso, diviso per capitoli, ognuno dedicato ad una parte della città in cui Igiaba è nata e vive – Roma – ma immaginando una seconda mappa interiore della città da cui sono scappati i suoi genitori – Mogadiscio, in Somalia. Con semplicità Igiaba Scego ci parla della sua Somalia, di cui ci racconta la storia, attraverso le vicende della sua famiglia, dagli anni del fascismo, alla colonizzazione inglese e poi nuovamente italiana fino all’indipendenza, alla dittatura di Siade Barre e all’attuale confusa e infame guerra civile. E’ un’immigrata di seconda generazione e perciò non dimentica le sue radici, ma insieme cerca una nuova identità e appartenenza.

Igiaba Scego è nata a Roma nel 1974. Scrive su L’Unità, Internazionale e su molte riviste che si occupano di migrazioni e culture africane, tra cui Nigrizia. Tra i suoi libri Pecore nere (Laterza, 2005) e Oltre Babilonia (Donzelli, 2008). Recentemente ha curato un programma su Radio3 intitolato “Black Italians”.

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Claudio Magris intervista Umberto Eco su "Il cimitero di Praga" Corriere della Sera, pagina della Cultura, 28 novembre 2010

Menzogna. Come costruire un falso e diffonderlo nel mondo

C’è un sito Internet che farebbe la delizia di Umberto Eco e che, se gli fosse capitato sott’occhio, avrebbe potuto essere incluso in quel Sabba di deliri, falsificazioni, truffe e pasticci granguignoleschi che è il suo ultimo romanzo Il cimitero di Praga. Il sito si intitola Nazismo. E’ una setta neopagana di origine manichea e sostiene che il nazismo sia una congiura ebraica, un orrore creato e voluto dagli ebrei; non si nega Auschwitz ma si dice che a commettere quelle efferatezze, poco importa se su propri correligionari, sono stati gli ebrei, che i più nefandi gerarchi nazisti erano ebrei e così via. Il Terzo Reich sarebbe stato dunque uno dei tanti criminosi tentativi ebraici di dominare il mondo.

Questa tesi, proprio perché è folle, non può essere razionalmente confutata, così come non si potrebbe confutare un pazzo il quale sostenesse che siamo tutti pazzi e che ciò che crediamo di vedere - la nostra casa, il Duomo di Milano, il mare di Trieste - non esiste ma è solo il frutto del nostro delirio; se fossimo veramente folli e se quelle fossero veramente solo nostre allucinazioni, non potremmo accorgercene ed esserne consapevoli. Questo è un caso estremo, fortunatamente relativo a pochissime persone o magari a una sola, di un fenomeno sciaguratamente diffuso ossia della terribile forza delle idee deliranti e anche solo del pregiudizio, della loro resistenza e impermeabilità a tutte le smentite da parte della ragione e della realtà.

Nella storia, gli ebrei non sono le uniche, ma sono le più ricorrenti vittime del pregiudizio spinto sino al vaneggiamento e all’atrocità. Chi è convinto a priori che gli ebrei commettano omicidi rituali non si scoraggia se nessuno di questi delitti è stato dimostrato, perché nella sua mente sviata ciò che conta non è il fatto accidentale che tale delitto sia stato o no perpetrato, bensì la criminosa vocazione a commetterlo latente a suo avviso nell’animo dell’ebreo, vocazione che non può essere verificata e dunque nemmeno confutata.

Nel Cimitero di Praga non sono solo gli ebrei a essere accusati - in base a documenti falsi o nascosti o inventati o supposti o autentici ma fraintesi - di mirare con tenebrose e turpi trame al dominio sul mondo; insieme ad essi - e quasi interscambiabili pur essendo in molti casi loro avversi - ci sono i gesuiti, i massoni, i garibaldini, i monarchici, mentre anche accusatori, delatori e falsari si scambiano ruoli, nazionalità, appartenenze ideologiche.

«Il fatto che gli ebrei siano al centro di queste macchinazioni - chiedo a Umberto Eco - sta a significare pure che essi sono i perseguitati e calunniati per eccellenza e quindi in tal caso simbolici rappresentanti di tutte le vittime della menzogna, un terribile modo di essere il Popolo Eletto?».

Umberto Eco - Una volta Avraham Yehoshua mi aveva chiesto di partecipare a un libro collettivo (non so se poi l’abbia messo insieme) in cui si domandava praticamente «perché proprio gli ebrei?». Ricordo che allora gli avevo detto di no perché, qualunque cosa avessi detto, ci sarebbe stato un ebreo che si sarebbe arrabbiato - dato che in queste cose i «goym», i gentili, non devono mettere naso. Ora il naso ce l’ho messo ma non ho voluto rispondere a questa domanda. Tu, in particolare in Lontano da dove, hai cercato di capire il mondo ebraico, almeno quello dell’est Europa, dal di dentro, ed è grazie a te se lo abbiamo capito meglio. Io di proposito nel mio romanzo di ebrei non ne ho messi, salvo una ragazzina che appare per mezzo minuto, e un dottor Freud di passaggio. Il mio personaggio, antisemita feroce, di ebrei non ne ha mai incontrati. E’ questo l’aspetto dell’antisemitismo che mi ha sempre colpito. Si può essere antisemita senza aver mai visto un ebreo, come si può essere fondamentalmente pedofilo senza aver mai avuto il coraggio di toccare un bambino. Quello che io metto in scena è il discorso dell’antisemitismo, ed è questo che ossessiona il mio Simonini, che «vende» gli ebrei come fantasma, come un Altro che è necessario immaginare per rinforzarsi nella propria identità nazionale o provinciale. Dice nel romanzo Rachkovskij, il capo dello spionaggio russo, che gli fanno comodo gli ebrei perché ci sono ebrei in Russia, se lui dovesse occuparsi della Turchia se la prenderebbe con gli armeni. Ora, se dovessi adesso rispondere a Yehoshua, direi che tutti gli Altri che sono apparsi nel corso della storia (pensa ai barbari dei Romani o dei Greci, o alla serie degli eretici) hanno avuto vita breve. Gli ebrei, popolo del Libro, a causa della forza della loro cultura e della loro capacità di mantenere intatta la loro identità nei secoli, si sono qualificati come l’Altro più resistente, e quindi su di essi si scarica (quasi per inerzia) l’odio - o almeno la diffidenza - per il diverso.

Claudio Magris - Nel romanzo il personaggio principale, se così si può definirlo, si sdoppia; è una ripresa del grande mito del doppio che si trova in tanta letteratura e anche nella vita concreta, come ad esempio quel caso clinico del carpentiere Ansel Bourne che un bel giorno si convinse di essere, almeno a intervalli, il negoziante Albert Brown; ognuno dei «due», quando era il suo turno, non sapeva di essere stato l’altro. Sembra ci siano stati casi - rarissimi - di un individuo con sedici personalità alternanti; del resto non è stata ancora localizzata, nel cervello, la sede dell’autocoscienza. Ma nel romanzo non solo Simonini e Dalla Piccola, ma quasi tutti sono in qualche modo «altri», fluidi rispetto a se stessi, in una giostra vorticosa in cui i personaggi sono come maschere che ci si toglie e ci si mette, ed esiste forse solo il girotondo farsesco e crudele della vita…

Umberto Eco - Il doppelgänger, il doppio, è fondamentale nella storia della letteratura. Quando ho scritto L’Isola del giorno prima, che era romanzo «in barocco», sono stato obbligato a introdurre un doppio perché i trattatisti dell’epoca lo ritenevano indispensabile in un romanzo. Nel caso di questo ultimo romanzo, ovviamente, la doppiezza faceva parte essenziale del personaggio e del mondo che lo circondava, e sono andato a cercare negli studi sull’isteria di Charcot e compagnia la fenomenologia dell’io diviso. Il dramma si raddoppia quando l’Altro, oltre che davanti a te, è dentro di te.

Claudio Magris - Una forma di pregiudizio delirante che è da sempre un tuo bersaglio preferito è la febbre del complotto, la mania di vedere dovunque congiure, intrighi, manovre segrete. Sul piano individuale come su quello collettivo, la paranoia è sempre in agguato ed ha una forte suggestione. Non ti sembra tuttavia che la cronaca politica offra sempre più motivi per chiedersi se non vi siano realmente trame oscure, complotti volti a soffocare sempre più le libertà? Sappiamo forse quello che è successo a Ustica o nell’assassinio di Kennedy? Quando la verità appare pericolosa per l’ordine esistente, essa viene a galla soltanto quando non è più politicamente efficace e pericolosa, ossia troppo tardi.

Umberto Eco - Io penso che i complotti siano sempre esistiti, come quello per uccidere Giulio Cesare o l’accordo tra Vittorio Emanuele III, Badoglio e Grandi per deporre Mussolini. Ma quando riescono, vengono subito alla luce (pensa al complotto della P2, non solo viene alla luce, ma i suoi uomini sono ora al governo), e a maggior ragione vengono alla luce quando falliscono, dalla congiura di Catilina al Piano Solo. Quelli che tu citi sono misteri irrisolti (Ustica può essere dovuto a mille motivi oltre che a un complotto e così dicasi dell’assassinio di Kennedy). Ci possono essere azioni di copertura perché i misteri irrisolti rimangano tali. Ma la paranoia del complotto (e i Protocolli dei Savi di Sion ne sono l’esempio più malauguratamente insigne) consiste nel pensare a un complotto permanente, alla presenza di un direttorio occulto che dirige le sorti del mondo - quando neppure il presidente degli Stati Uniti ci riesce. La paranoia del complotto esclude dalla storia la complessità, l’imprevisto, la serendipità, la libertà del caso, le astuzie della ragione, l’eterogenesi dei fini. Per questo è paranoia.

Claudio Magris - Ti ho visto in una trasmissione televisiva ammirando la tua gattesca genialità nel non lasciare intrappolare il tuo libro in alcuna gabbia ideologica. Sono rimasto tuttavia perplesso, perché tutte le domande vertevano su fatti e problemi, l’antisemitismo, i massoni, i gesuiti e così via, come se si stesse discutendo di uno studio storico e non di un romanzo, in cui contano sì i fatti e le idee, ma conta soprattutto come essi vengono raccontati, reinventati, come diventano linguaggio. Ci si ricorda certo del pensiero di Aristotele o delle eresie nel Nome della rosa, ma quel che resta per sempre in cuore è la poesia del mistero nascosto nella geometria, dell’amore, del vento sul fiume o sul fuoco, la malinconia di conoscere solo i nomi della vita e non la vita…

Umberto Eco - Dovresti sapere per esperienza diretta che la gente non sa leggere i romanzi. Non sa leggere neppure i saggi, ma la maggior parte delle persone che ti scrivono dopo che hai pubblicato un’opera di narrativa, sono andati a controllare se quella cosa là è accaduta davvero, o attribuiscono all’autore le cose dette da un personaggio. Dopo il mio Nome della rosa sapessi quanti volevano sapere dov’era il manoscritto a cui mi ero ispirato, senza accorgersi che era un’allusione, peraltro sin troppo chiara, al manoscritto manzoniano. Però penso sia giusto che per il mio romanzo ultimo ci si sia appuntati sui suoi contenuti «storici»: a me non importa tanto che se ne apprezzi la tecnica narrativa (anche se ci ho faticato tanto) ma, per così dire, l’impulso morale. Volevo contribuire a smontare un mito che sopravvive sempre. Un recensore poco amichevole ha chiesto perché dovevo perdere tempo a dimostrare che i Protocolli sono un falso quando è già stato ampiamente dimostrato. Ma santiddio, proprio perché, malgrado tante dimostrazioni, nella maggior parte del mondo continuano a prenderlo sul serio. Sarebbe come dire che non ci si deve occupare di confutare i negazionisti perché si sa benissimo che sono dei pazzi. Però continuano a convincere un sacco di gente. Ho scritto sperando che un romanzo sia più persuasivo di un saggio, e ho usato la forma romanzo per raccontare una storia vera - in fondo sai bene che se sappiamo qualcosa di Mazzarino è perché ce lo ha detto Dumas, e baobab e paletuvieri li conosciamo attraverso Salgari.

Claudio Magris - Sì, quelle incomprensioni accadono spesso e in particolare, forse, nei confronti di autori come noi, dai quali ci si attende sempre qualcosa di «oggettivo», di storico o di scientifico… A me accade con Danubio e anche con altri libri ben più inventati. A parte questo, il complotto, l’intrigo sono elementi costitutivi del romanzo d’avventura, di cappa e spada. Siamo entrambi persone di letture anche sofisticate, ma a formare il nostro immaginario sono stati essenzialmente i romanzi d’avventura, in cui tutto è possibile, insieme oscuro e giocoso, e sempre si tendono agguati e tranelli e si tessono piani delittuosi. Gli intrighi e veleni di Milady, i disegni di Richelieu nei Tre moschettieri, il perfido piano contro il Conte di Montecristo seducono anche chi si affanna a non credere ai complotti, ma la cui fantasia si infiamma al primo accenno di un intrigo…

Umberto Eco - I romanzi di avventura non affascinano soltanto noi, che dici, persone dalle letture sofisticate. Quello che il mio romanzo cerca di mostrare è che sono stati usati proprio per la stessa costruzione dei testi antisemiti, perché la gente (compresi i capi dei servizi segreti) credono solo a quello che hanno già sentito affabulare da qualche parte. Per questo, ancora oggi, i dossier segreti sono composti unicamente da ritagli stampa, e quasi sempre di stampa scandalistica, il feuilleton dei giorni nostri.

Il romanzo: «Il cimitero di Praga» (Bompiani, pp. 524) è il sesto romanzo del semiologo e scrittore Umberto Eco. Nato ad Alessandria nel 1932, Eco ha esordito nella narrativa nel 1980 con «Il nome della rosa» (Premio Strega). Questo nuovo libro è ambientato nella Parigi di fine Ottocento e racconta le vicende di un personaggio d’invenzione, il falsario Simonino Simonini, alle prese con rivoluzioni, garibaldini, l’affaire Dreyfus e la formazione dei «Protocolli dei Savi Anziani di Sion»

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2010: ItalLIBRI compie 20 anni!

A tutti coloro che ci hanno sostenuto in questi anni con il loro interesse per la lingua, la letteratura e la cultura italiana, un GRAZIE! di cuore

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Antonio Pennacchi vince il Premio Strega 2010

Antonio Pennacchi con "Canale Mussolini" (edito da Mondadori´) si aggiudica il 64°Premio Strega.

Nello scrutinio finale Pennacchi ha affrontato un fitto testa a testa con Silvia Avallone e il suo "Acciaio". Al terzo posto Paolo Sorrentino con "Hanno tutti ragione". Quarto Matteo Nucci con "Sono comuni le cose degli amici". Quinto Lorenzo Pavolini con "Accanto alla tigre".

Canale Mussolini è l'asse portante su cui si regge la bonifica delle Paludi Pontine. I suoi argini sono scanditi da eucalypti immensi che assorbono l'acqua e prosciugano i campi, alle sue cascatelle i ragazzini fanno il bagno e aironi bianchissimi trovano rifugio. Su questa terra nuova di zecca, bonificata dai progetti ambiziosi del Duce e punteggiata di città appena fondate, vengono fatte insediare migliaia di persone arrivate dal Nord. Tra queste migliaia di coloni ci sono i Peruzzi. A farli scendere dalle pianure padane sono il carisma e il coraggio di zio Pericle. Con lui scendono i vecchi genitori, tutti i fratelli, le nuore. E poi la nonna, dolce ma inflessibile nello stabilire le regole di casa cui i figli obbediscono senza fiatare. Il vanitoso Adelchi, più adatto a comandare che a lavorare, il cocco di mamma. Iseo e Temistocle, Treves e Turati, fratelli legati da un affetto profondo fatto di poche parole e gesti assoluti, promesse dette a voce strozzata sui campi di lavoro o nelle trincee sanguinanti della guerra. E una schiera di sorelle, a volte buone e compassionevoli, a volte perfide e velenose come serpenti. E poi c'è lei, l'Armida, la moglie di Pericle, la più bella, andata in sposa al più valoroso. La più generosa, capace di amare senza riserve e senza paura anche il più tragico degli amori. E Paride, il nipote prediletto, buono e giusto, ma destinato, come l'eroe di cui porta il nome, a essere causa della sfortuna che colpirà i Peruzzi e li travolgerà.

Silvia Avallone, Acciaio - Rizzoli

Nei casermoni di via Stalingrado a Piombino avere quattordici anni è difficile. E se tuo padre è un buono a nulla o si spezza la schiena nelle acciaierie che danno pane e disperazione a mezza città, il massimo che puoi desiderare è una serata al pattinodromo, o avere un fratello che comandi il branco, o trovare il tuo nome scritto su una panchina. Lo sanno bene Anna e Francesca, amiche inseparabili che tra quelle case popolari si sono trovate e scelte. Quando il corpo adolescente inizia a cambiare, a esplodere sotto i vestiti, in un posto così non hai alternative: o ti nascondi e resti tagliata fuori, oppure sbatti in faccia agli altri la tua bellezza, la usi con violenza e speri che ti aiuti a essere qualcuno. Loro ci provano, convinte che per sopravvivere basti lottare, ma la vita è feroce e non si piega, scorre immobile senza vie d'uscita. Poi un giorno arriva l'amore, però arriva male, le poche certezze vanno in frantumi e anche l'amicizia invincibile tra Anna e Francesca si incrina, sanguina, comincia a far male. Silvia Avallone racconta un'Italia in cerca d'identità e di voce, apre uno squarcio su un'inedita periferia operaia nel tempo in cui, si dice, la classe operaia non esiste più.

Paolo Sorrentino, Hanno tutti ragione – Feltrinelli

Tony Pagoda è un cantante "di night" con tanto passato alle spalle ("Se a Sinatra la voce l'ha mandata il Signore, allora a me, più modestamente, l'ha mandata san Gennaro"). La sua è stata la scena di un'Italia florida e sgangheratamente felice, fra Napoli, Capri e il mondo. È stato tutto molto facile. Il talento. I soldi. Le donne. E insieme, una pratica dell'esistenza che ha coinciso con la formazione di una formidabile (e particolare) cognizione del mondo. Quando la vita comincia a complicarsi (la moglie chiede il divorzio), quando la scena si restringe (la sua band si esibisce in piazze minori), per Tony viene il tempo di cambiare. Una sterzata netta. Andarsene. Sparire. Cercare il silenzio. Alla fine di una breve tournée brasiliana, Tony Pagoda decide di restare là, prima a Rio, poi a Manaus, ossessionato dagli scarafaggi ma coronato da una nuova libertà. Senza perdere lo sguardo di eterna sorpresa per il mondo e la schiettezza di chi, questo mondo, lo conosce fin troppo bene, Tony si lascia invadere dai dubbi e dalle insicurezze che fino a quel momento, nel suo ordinato e personalissimo "catalogo" di quelli che passano per uomini, aveva attribuito agli smidollati. E scopre che tutte le risposte possono essere trovate in un infuocato tramonto.

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- Tra due mari, Carmine Abate:

Il sogno di Giorgio Bellusci è quello di ricostruire il Fondaco del Fico, una locanda in uno sperduto paesino della Calabria in cui si era fermato Alexandre Dumas. Nel secondo dopoguerra, in questa stessa Calabria remota, arriva Hans Heumann, giovane fotografo tedesco venuto al sud in cerca di luce, di paesaggi, di nutrimento per la sua arte. Sarà proprio Giorgio Bellusci, suo coetaneo, ad accompagnarlo nelle esplorazioni e nella scoperta. Il loro rapporto resisterà alla lontananza, al tempo e al destino. Finché la figlia di Giorgio sposerà il figlio di Hans, e dalla loro unione nascerà Florian, ragazzo diviso tra due mondi e due culture che racconta in prima persona la storia del nonno Giorgio, il suo segreto, la sua ossessione.

- Radio Colonia, Sala/Massariello:

Nel secondo dopoguerra, la Germania occidentale rappresentò una delle mete principali dell'emigrazione italiana, ancora intensa sino a qualche decennio fa. In particolare, nei primi anni dopo l'espatrio, le condizioni di vita degli emigrati furono assai dure e ricordano da vicino le vicende di chi oggi, da immigrato, arriva in Italia. Il libro racconta l'esperienza degli italiani in Germania tramite la voce degli stessi protagonisti: presenta, infatti, una selezione delle lettere inviate negli anni Sessanta e Settanta a Radio Colonia, una trasmissione in lingua italiana diffusa dagli enti radiofonici tedeschi, nell'ambito dei programmi per gli immigrati stranieri. La vita nelle baracche, la separazione dalle famiglie, le continue discriminazioni, il rapporto difficile con la politica e le istituzioni sono soltanto alcuni degli aspetti che emergono dalla raccolta. Le lettere rappresentano una preziosa testimonianza oltre che del vivere quotidiano nell'emigrazione, anche del rapporto con la scrittura da parte di persone per le quali la lingua madre era rappresentata dal dialetto e che non avevano ancora instaurato un rapporto di confidenza e di consuetudine con la lingua nazionale. Nei saggi che accompagnano le lettere, si affronta una doppia riflessione, storico-sociale da un lato, socio-linguistica dall'altro, attraverso una panoramica storica che tratteggia la storia dell'emigrazione italiana in Germania e delle trasmissioni radio in lingua straniera.

- La Deutsche Vita, Antonella Romeo:

La Storia – quella dell'ultimo conflitto mondiale, quella sociale della Germania e dell'Italia, quella dell'Europa contemporanea – si intreccia alle piccole storie quotidiane di una giornalista italiana che da anni in Germania risiede e lavora. Ad attraversarle e a svelarle sono i suoni lisci e ruvidi delle lingue che compongono incontri e sensazioni a più voci. Le voci sono i personaggi: un nonno partigiano, esperto "riparatore" del mondo e "maestro" di Storia; un suocero ex SS, l'eredità terribile, indelebile, che gli eventi del Novecento hanno lasciato alle nuove generazioni; una madre che racconta e che trema ancora al ricordo delle parole dei soldati tedeschi subite da bambina. Poi intorno, come scenario, c'è l'altrove, lo spaesamento e tutta la meraviglia della memoria. C'è l'Italia, quella appresa della Resistenza e dell'emigrazione, ma anche quella vissuta della formazione e del senso intimo delle cose. C'è la Germania, il "nord", l'angoscia del suo passato, e insieme le contraddizioni, le illusioni, le speranze e i sorrisi del suo presente.Infine c'è il futuro: l'ostinazione di una donna a imbandire per le proprie giovani figlie gustosi banchetti di "lingua madre", e una nonna che ha smesso per sempre di avere paura riconoscendo nelle voci delle nipoti l'accento lontano che un tempo terrorizzava.

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Accabadora – Michela Murgia

In sardo, «accabadora» è colei che finisce. Agli occhi della comunità, il suo non è il gesto di un'assassina, ma quello amorevole e pietoso di chi aiuta il destino a compiersi. Narrando la storia di Tzia Bonaria, la vecchia sarta che conosce sortilegi e fatture e sa dare una morte pietosa, e Maria, la bambina che Tzia Bonaria ha preso con sé per crescerla come una figlia, una fill'e anima, Michela Murgia affronta un tema complesso senza semplificarlo. E trova le parole per interrogare il nostro mondo mentre racconta la Sardegna degli anni Cinquanta, un mondo antico sull'orlo del precipizio con le sue regole e i suoi divieti, una lingua atavica e taciti patti condivisi.

Così l'autrice spiega, in esclusiva sul sito di Einaudi, l'origine del suo romanzo: «L’idea di Accabadora è sorta in modo non meditato, da un episodio casuale. L’anno del mio primo libro ero stata invitata a Bardonecchia dalla scuola Holden per partecipare a Esor-dire, un concorso per scrittori esordienti, e mi era stato chiesto di portare cinque pagine di inedito. Non avevo nemmeno una riga nel cassetto, né alcuna idea di cosa portare, ma non avevo mai visto Bardonecchia e desideravo molto andarci; così mi sono seduta e ho cominciato a scrivere quello che – ma ancora non lo sapevo - sarebbe diventato il primo capitolo di Accabadora. Ad Esor-dire arrivai per prima, ma l’invadenza espressiva di quelle cinque pagine mi fece capire che forse dietro c’era una storia intera che cercava spazio per raccontarsi. Mi sono messa ad ascoltarla per tre anni, e poi l’ho scritta. Il tema centrale per me resta quello dei lati nascosti della maternità elettiva; sono sempre stata affascinata dalle relazioni famigliari che non hanno il sangue come discriminante. Il tema della maternità elettiva mi appartiene profondamente, perché a mia volta sono fill’e anima; ma per non cadere nella trappola del parallelismo autobiografico, ho scelto volutamente di narrare il rapporto dal punto di vista della madre adottiva, una figura per la quale accompagnare i destini a compimento è solo una delle possibili sfumature della sua maternità, non necessariamente la più oscura».

Tratto da http://www.einaudi.it/

«È lei, l'accabadora, la protagonista del primo romanzo di Michela Murgia. Sullo sfondo una questione etica, tra le più delicate e drammatiche che la modernità abbia prodotto. Senza che mai Michela Murgia, con grande eleganza, cavalchi il dibattito sull'eutanasia riferendosi a episodi della cronaca recente. [...] Nel romanzo la scommessa etica diventa una scomessa narrativa e liguistica. Una narrazione senza idillio e senza retorica, senza luoghi comuni. Una lingua nitida, densa di aforismi e di ossimori, di immagini che colgono il segreto legame fra vita e morte».

Paola Pittalis, La nuova Sardegna

«C'è più amore che morte in queste pagine, e c'è uno stile che disegna ogni personaggio, ogni frase con l'accuratezza con cui Tzia Bonaria Urrai cesella le asole».

Angiola Codacci-Pisanelli, L'espresso

Michela Murgia è nata a Cabras nel 1972. Nel 2006 ha pubblicato con Isbn Il mondo deve sapere, il diario tragicomico di un mese di lavoro che ha ispirato il film di Paolo Virzì Tutta la vita davanti. Per Einaudi ha pubblicato nel 2008 Viaggio in Sardegna. Undici percorsi nell'isola che non si vede.

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Le cento italie dei giovani scrittori – Alberto Asor Rosa

Di tutto si può disputare e dubitare meno che dei dati certi. E i dati certi sono che in Italia c´è stata negli ultimi anni un´impetuosa fioritura di giovani autori di narrativa. Un altro dato certo è anche la scomparsa oggi pressoché totale dell’elemento critica: la conseguenza è che gli "autori", nel caso specifico i narratori, navigano a vista, al massimo con il sussidio degli ufficiali di macchina ben piazzati sui ponti di comando delle case editrici. Volgendosi intorno, l´unico tentativo recente di sistemazione teorico-letteraria degno di questo nome è New italian epic di (dei?) Wu Ming (Einaudi, Stile libero, 2009), altamente meritorio per il solo fatto, – raro – di entrare nel merito. "Epico" per Wu Ming significa fondamentalmente due cose: la presenza dominante di «imprese storiche o mitiche, eroiche o comunque avventurose»; e la caratteristica d´essere narrazioni «grandi, ambiziose, a lunga gittata, di ampio respiro».

Gli autori: Andera Camilleri, Carlo Lucarelli, Massimo Carlotto; Pino Cacucci, Giusepe Genna, Giancarlo De Cataldo, Roberto Saviano, Girolamo De Michele, Letizia Muratori; in nota se ne aggiungono diversi altri: Antonio Pennacchi, Walter Siti, Luca Masali, Enrico Brizzi. Non sono un po´ troppi e un po´ troppo diversi l´uno dall´altro per fare un "discorso"? Non a caso, il sottotitolo sotto cui sono riuniti gli elenchi sopra indicati suona: "la nebulosa".

Bisognerebbe tentare qualche piccolo passo avanti per capire le rotte. Com´è noto io attribuisco una notevole rilevanza alle scansioni generazionali: è questo un dato, più che intellettuale e culturale, antropologico, che è sempre esistito ma tende a diventare sempre più importante. Ora, a me pare che la generazione dei trentenni (o dei sub-quarantenni) rappresenti oggi uno stacco abbastanza preciso rispetto persino alla generazione immediatamente precedente ed esprima in qualche modo un´ambizione auto-identitaria, che in precedenza non esisteva, o esisteva di meno. Ad aprire la strada a questa ricerca di identità si colloca una serie di scrittori, che s´erano assunti il compito storico davvero rilevante di ricostruire le condizioni stesse dell´agire letterario: gli Ammaniti; i Culicchia; i Fois; i Da Silva; i Pascale; gli Arpaia (bellissimo Il passato davanti a noi, 2006); quel Giulio Mozzi, la cui Felicità terrena (1996) resta un passaggio fondamentale del rinnovamento; quell´autentica Signora della Scrittura che è Melania Mazzucco; una Simona Vinci, di cui, anagraficamente (1970) ma anche letterariamente, si direbbe che non abbia ancora deciso se stare al di là o al di qua di quel confine.

L´elenco dei soggetti trentenni, che andrebbe non contrapposto ma integrato con quello proposto è assai nutrito, e per giunta qui probabilmente incompleto. Andando in ordine decrescente, dal più anziano al più giovane: Maurizio Torchio, Giorgio Vasta, Luca Randazzo, Davide Longo, Ascanio Celestini, Michela Murgia, Gabriele Pedullà, Nicola Lagioia, Christian Frascella, Letizia Muratori, Cristiano Cavina, Valeria Parrella, Gaia Manzini, Andrea Bajani, Caterina Venturini, Marco Archetti, Mario Desiati, Filippo Bologna, Rosella Postorino, Rosella Milone, Martino Gozzi. Bel gruppo, no? Ne fanno parte a pieno titolo i tre componenti dell´"isola dei famosi", Piperno, Saviano e Giordano.

Continuerò a fare, nonostante le apparenze che andranno a poco a poco mutando, un discorso fondamentale descrittivo, non valutativo (consapevole peraltro che ogni buona descrizione contiene una valutazione). In questo gruppo non è difficile cogliere la presenza di (almeno) tre tendenze. La prima è quella che, più dichiaratamente, si rifà a temi, obbiettivi e linguaggi di tipo giornalistico e documentario, pur trascendendoli. Ne è principe, senza ombra di dubbio, Roberto Saviano, che con Gomorra (2006) inaugura un "genere" in cui l´intreccio di realtà e d´immaginazione è spinto al più alto livello. La seconda tendenza punta decisamente sull´allegorico – immaginario: storie apparentemente reali, che però trascendono decisamente la collocazione storica del racconto. Giordano, con La solitudine dei numeri primi, (2008), ne ha dato una versione di tutto rispetto.

Confesso d´essere incuriosito di più dalla terza tendenza. La critica è prevalentemente un lavoro fotografico, che contempla le zoomate quando si crede di scoprire un particolare interessante. Per farmi capire introdurrò prima un elenco di nomi e di titoli, e solo dopo il ragionamento che ne consegue. I nomi e i titoli sono: Giorgio Vasta, Il tempo materiale (2008); Michela Murgia, Accabadora (2009); Valeria Parrella, Lo spazio bianco (2008); Mario Desiati, Il paese delle spose infelici (2008); Filippo Bologna, Come ho perso la guerra (2009); il recentissimo e sorprendente Nicola Lagioia, Riportando tutto a casa (2009). Tranquillamente potremo affiancarvi, forse su di un piano un tantino più sperimentale, Rossella Milone, La memoria dei vivi (2008), Rosella Postorino, L´estate che perdemmo Dio (2009), Christian Frascella, Mia sorella è una foca monaca (2009). Ho bisogno di precisare che si tratta di voci molto diverse fra loro. Tuttavia in queste sette-otto opere io respiro un´aria non dissimile.

Ritorna a galla, e da protagonista, l´"antica Italia": quella delle campagne e dei borghi, dei "bassi" e della provincia, delle desolate periferie metropolitane (Napoli, Parrella; Palermo, Vasta). Che strano! Non eravamo in tempi di globalizzazione e di cosmopolitismo? Bene, questi giovani autori riscoprono, intelligentemente e generosamente, una lezione plurisecolare, e cioè che la contemporaneità non è il presente. Se no, cosa pensare dei Promessi Sposi o dei Malavoglia (che sono il frutto, addirittura, di un ritorno ancestrale alle radici) o persino della Coscienza di Zeno (la quale, come ci ha insegnato Mario Lavagetto, parla di tutto meno che del presente)? L´"esplorazione del magma" sembrerebbe fissarsi finalmente sulla certezza dell´essere, anzi, di "un" essere, buono o cattivo che sia (si pensi a mo´ d´esempio alla forza espressiva, persino inquietante, di certe pagine di Accabadora).

Tutto ciò non sarebbe servito a nulla se gli autori in questione non avessero, ciascuno per sé, una nozione molto precisa di cosa significhi scrivere un racconto, cioè narrare una storia. Cioè, di cosa significhi svolgere un´operazione che si sa e si vuole come "letteraria". "Scrivere bene", – cioè, scrivere in modo non trasandato, non verisimilistico, non banalmente documentario, non, in senso restrittivo, giornalistico, – torna ad essere un valore. E curiosamente nel recupero d´una lingua letteraria alta, torna a recitare un ruolo non secondario il dialetto (Vasta, Murgia, Desiati, Bologna, Parrella, Postorino, Milone). Cioè: invece di andare dalla periferia verso il centro, questi giovani scrittori hanno riscoperto la strada che dal centro porta alla periferia. Ovviamente, il loro pregio letterario consiste nel mantenere il centro nella periferia: nel non restarci; ma nel non perderlo. In Italia è stata più volte la strada giusta: che lo sia ancora?

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Cormac McCarthy - Suttree

Giuseppe Culicchia- TUTTOLIBRI

Nato nel Rhode Island nel 1933, Cormac McCarthy vive a El Paso, Texas, da piu' di trent'anni. Ma e' a Knoxville, Tennessee, che ha trascorso gran parte della giovinezza. Nel Tennessee ha ambientato i primi quattro romanzi «appalachiani», seguiti com'e' noto dalla trilogia della frontiera e dai recenti Non e' un paese per vecchi, La strada e Sunset Limited. E ora la pubblicazione in Italia di SUTTREE, uscito in patria nel 1979, colma un vuoto e rappresenta una festa, almeno per chi ama McCarthy e lo reputa il piu' grande scrittore americano vivente. La vicenda di SUTTREE, romanzo destinato a chiudere la prima fase della produzione dell'autore che esordi' nel 1965 con Il guardiano del frutteto, si svolge nel profondo Sud proprio a Knoxville. Protagonista e' Cornelius SUTTREE, uno che si e' lasciato alle spalle tutto, moglie, famiglia, agi, per fare il pescatore su una baracca galleggiante a mollo nel fiume Tennessee, corso d'acqua certo meno maestoso rispetto al Mississippi cantato da Mark Twain nell'archetipo Le avventure di Huckleberry Finn, ma per il Nostro Cloaca Maxima e novello Stige dalle rive costellate di rifiuti, escrementi, preservativi e perfino cadaveri. Li' accanto, al margine estremo della citta', nella miseria di McAnally Flats, quartiere che oggi si direbbe degradato, sopravvive all'alba degli Anni Cinquanta un'umanita' composta di reietti. Ed e' in quel mondo di perdenti che SUTTREE, inseguito dalle ombre del passato, refrattario ai legami e a suo modo novello eremita, cerca se stesso, conversando talvolta con il misterioso "contro SUTTREE". Nel campionario di derelitti che lo circonda, spicca il giovane Gene Harrogate, incontrato dal protagonista dietro le sbarre: uno zotico che non ha mai fatto una doccia in vita sua e che e' finito dentro in quanto «trombator di angurie», malgrado il suo avvocato sostenesse che le angurie non sono animali e dunque non si potesse parlare tecnicamente di zoofilia. SUTTREE cerca di aiutarlo, ma per sfangarla l'aspirante Ratto di Citta' ha in mente altro. Abednego Jones, invece, deve scontare il fatto di essere nero in una terra di bianchi, e fa affidamento sui muscoli da gladiatore. Altri, piu' semplicemente, commerciano molluschi. Tra streghe, cenciaroli ventriloqui, prostitute di cui volendo ci si puo' benissimo invaghire, SUTTREE se la cava con la pesca, e non disdegna le sbronze. Grazie al suo humour e alla sua dignita' e' come immune dallo squallore che travalica i confini della suburra e inghiotte per intero la citta'; vive alla giornata, e se da un lato pare un discendente di Ralph Waldo Emerson, dall'altro ricorda certi vagabondi anarchici di Hamsun, insofferenti nei riguardi della cosiddetta civilta' e sempre pronti a lasciarsi ogni cosa alle spalle per partire in direzione dei boschi, che qui non mancano. Ma sarebbe strano il contrario, trattandosi di Cormac McCarthy. In SUTTREE affiorano gia' elementi e simboli destinati a tornare prepotentemente a trent'anni di distanza nel capolavoro assoluto La strada: le trote che guizzano tra i sassi del fiume, l'acqua come vita, la consapevolezza che solo “le forme piu' primitive sopravvivono”, l'orrore del corteo di «gaudenti indiavolati»; oltre va da se' al tema maccarthiano della solidarieta' maschile, e alla ricorrente figura dell'eroe solitario. McCarthy usa magistralmente un linguaggio che riesce a essere poetico pur essendo fatto in gran parte di detriti, e che tocca vertici altissimi quando per esempio nei boschi il racconto diventa allucinazione e il protagonista si ritrova di fronte il “contro SUTTREE”. Cosi', se SUTTREE e' probabilmente il miglior romanzo americano ambientato su un fiume dopo Huckleberry Finn, ci sono almeno altre due cose ad accomunare questi due libri. In entrambi appare centrale la scelta di sottrarsi alle norme della societa'; quanto all'ipotesi di tornare indietro, e' fuori discussione, perche' i loro eroi sono sempre disposti a mettersi in gioco, mai ad arrendersi. Incredibilmente triste e insieme non di rado spassoso, all'epoca della pubblicazione negli Stati Uniti il romanzo venne accolto con entusiasmo dalla critica, che tiro' in ballo Faulkner e Steinbeck e Flannery O'Connor e l'Ulisse di Joyce. Tradotto in modo egregio da Maurizia Balmelli, fa l'effetto di tutti i grandi libri di Cormac McCarthy. E' cosi' bello che non si riesce a dire quanto.

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Antonio Tabucchi - Il tempo invecchia in fretta

Lorenzo Mondo - TUTTOLIBRI

E' lo stesso Antonio Tabucchi che ci indirizza a leggere i suoi ultimi racconti tenendo conto di quel titolo unificante, Il tempo invecchia in fretta. L'inesorabilita' dei giorni che passano e' espressa con immagini forti: come il palloncino dell'infanzia che l'adulto si trova "floscio tra le mani", svuotato d'aria; come la bottiglia d'acqua minerale "accartocciata su se stessa", dopo che tutta l'acqua e' stata bevuta. Ma l'accento batte soprattutto sulla vecchiezza cui approda il trascorrere del tempo, accompagnata dalla malinconia e dall'usura dei sentimenti, dalla dissoluzione delle fedi mentite e tradite. Tutti i personaggi di Tabucchi si misurano con il passato, in bruschi stacchi e sinuosi avvolgimenti (ai quali aderisce anche lo stile talora capzioso dell'autore); attraverso i percorsi, ora lucidi ed ora evanescenti, della memoria. Puo' accadere che la memoria sia trasmessa in modo atemporale e inconsapevole: come nella donna che, assimilata da una grande famiglia borghese, sente urgere nel sangue, sulle rive del lago di Ginevra, l'eredita' del Maghreb in cui e' nata, l'aridita' di soli e deserti. In un altro racconto, c'e' un uomo cosi' intriso di letteratura che, anche nella considerazione dei suoi fisici malanni, non sa prescindere dagli autori che gli sono familiari (da Kafka a Malerba